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Un Acquario un po' particolare

Viriginia Liberini

                                      UN ACQUARIO UN PO’ PARTICOLARE

 

Sono una studentessa e sto ora per iniziare il 2° anno di liceo classico, come tutti gli anni anche questo avevo da svolgere dei noiosissimi “ compiti delle vacanze ”, tra i quali c’ era da leggere un libro di uno sconosciutissimo Konrad Lorenz, un libro di biologia, con un titolo biblico “ l’ anello di Re Salomone ”.

Questa lettura, che nella mia testa era stata messa tra le cose “ non voglio, ma devo ”, si è infine rilevata invece un grande spunto di creatività e ciò che è più meraviglioso su un argomento che non aveva mai suscitato il mio interesse prima d’ ora………………i pesci.

Tra i vari capitoli riguardanti taccole, oche, fringuelli, cani e gatti; ve ne erano tre dedicati interamente ai pesci e alla costruzione di un acquario molto particolare.

Si tratta infatti di un acquario quasi interamente autosufficiente, a parte per il nutrimento degli animali e la pulizia della vetrina anteriore del recipiente.

Preso, è bene iniziare con queste misure, un’ ampolla piuttosto grande o una vasca di medie dimensioni vi si ponga un consistente strato di sabbia ben pulita e vi si piantino alcune piante, è bene iniziare con la peste d’ acqua ( Elodea Canadensis ) e con la miriofilli ( Myriophyllum verticillatum ), dopodiché si riempi delicatamente il recipiente con acqua di rubinetto.

Si posi l’ ampolla o vasca che sia su un davanzale di una finestra dove il recipiente possa ricevere molta luce.

Sarebbe bene piantare solo dei germogli delle piante su consigliate poiché solo le piante che cresceranno nel recipiente in questione sapranno sopravvivere alle condizioni particolari del piccolo acquario, quelle piantate già grandi probabilmente moriranno.

A questo punto bisogna aspettare che la vegetazione cresca e purifichi l’ acqua del rubinetto, sarà così possibile introdurre uno tutt’ al più due pesciolini non più grandi di 5 cm ( ricordo che ogni pesce a bisogno di all’ incirca 8 – 10 litri di acqua per sé ) e ben scelti, che possano adattarsi a quest’ ambiente e possibilmente che non si tratti di pesci che sommuovono il fondo.

Alle piante si aggiungerà, nascendo quasi dal nulla, una qualche alga, come la Nitella flexilis; inoltre gli escrementi animali e i tessuti vegetali formeranno uno strato fangoso che si andrà a posizionare sul fondo fertilizzandolo.

Attenzione né alghe , né fango dovranno essere tolti, come già detto sopra, infatti non si pensi a questo acquario come ad un normale acquario filtrato e tutto il resto dove  piante e pesci vivono in un armonico quadruccio ; trattandosi di un’ acquario speciale e sicuramente molto più spontaneo potrebbe dare anche disturbo all’ occhio che punterebbe più su qualcosa dove non ci siano né alghe né fanghi e dove le cose crescessero dove si desidera e non così liberamente: insomma si tratterebbe più che latro di una piccola foresta autosufficiente…………….e solo questioni di gusti!

Una situazione più ordinata e spettacolare si potrà avere solo in grandi vasche, come quella di Bernhard Hellman descritta da Konrad, dove viene riprodotto il lago di Altyaussee:vasca grande, assai profonda, fresca e non troppo esposta alla luce; con una vegetazione composta da erbi verde, muschio scuro dei fossi ( Fontinalis ) e Chara; gli animali non microscopici erano presentati da alcune minuscole trote, qualche varone e un piccolo gambero fluviale.

Comunque a dire il vero Lorenz consiglia come primo di questi acquari un’ ampolla dove a vegetare siano le prime piante citate e dove a pullulare siano gli organismi viventi catturati con un retino in uno stagno.

In questo secondo caso bisognerà stare attenti a togliere dal bottino due più che temibili predatori:

-         la larva di un insetto acquatico, il Dysticus, talmente vorace che si nutre anche dei suoi congeneri senza problemi. “ È un insetto dal corpo slanciato, di circa 6 cm di lunghezza, che può muoversi nell’ acqua con grande velocità e sicurezza grazie alle larghe pinne setolose di cui sono munite le sue sei zampe. La testa larga e piatta ha un potente paio di mascelle a forma di pinze, che sono cave e servono sia per iniettare il veleno sia per l’ ingestione del cibo. Il corpo della preda punta si irrigidisce e l’ interno diviene opaco e si trasforma in un una pappa liquida che il predatore risucchierà; l’ animale prima si gonfia, dopodiché rimarrà di lui solo un flaccido involucro che verrà lasciato dal predatore ormai sazio. ”

-         la larva della grossa libellula Aeshna o “ ago del diavolo ”, grosse larve dalla forma slanciata gialle e verdi che si muovono a scatti grazie allo sprigionamento dall’ addome di un piccolo e potente getto d’ acqua che per contrappalto spinge in avanti l’ animale.Queste larve aspettano la preda che poi agguantano all’ improvviso con le loro potenti mascelle.

Tornando invece all’ allestimento di grandi acquari di questo genere e per grandi intendo veramente grandi, vengono nel libro suggerite alcune speci veramente interessanti.

Ma prima di parlare di queste due specie  è dovuto il consigliarvi di tenere i pesci, prima di introdurli in un’ acquario così delicato nel suo equilibrio, in quarantena anche se il venditore vi ha garantito il loro stato di salute.

Lo spinarello maschio in amore è tanto più forte nei suoi combattimenti con un congenere maschio, quanto si trovi in prossimità del suo nido che quasi sembra rigenerarlo dalle fatiche della lotta e toglierlo di ogni timore contro un qualsiasi congenere maschio.

Anche se il rivale lontano dal proprio nido fosse più grande, l’ esito della battaglia è già prevedibile: vincerà il più piccolo, ma più vicino al proprio nido, spinarello.

Così i due contendenti si inseguiranno più volte nel territorio di entrambi vincendo delle piccole battaglie avvicendevolmente; solo dopo diversi inseguimenti i due si fermeranno al confine tra i propri territori e mettendosi di fianco l’ uno all’ altro si minacceranno con la spina ventrale che ha però solo una funzione secondaria il combattimento non è infatti così cruento quanto sembra e non si notano a fine combattimenti nei due avversari ferite visibili ad occhio nudo.

Nell’ aspetto amoroso è il maschio, in questa specie, che si occupa della costruzione del nido e della cura della prole; non si occuperà di corteggiare ( con una danza circolare molto stretta ) la femmina sino a che non avrà costruito il suo nido nella sabbia con filamenti vegetali e secrezioni renali.

La femmina che riuscirà a plagiare con il proprio corteggiamento lo spinarello sarà la sua sposa per tutta la vita ( e si ricordi che lo spinarello riconosce la propria sposa da tutti gli altri congeneri femmine )e con lei si curerà della prole che ogni sera dovrà essere diligentemente messa a letto nel nido.

Il pesce combattente siamese dai colori grigio – bruni a pinne ripiegate si illumina e apre nel vero senso della parola a balli spettacolari alla vista di un suo congenere, sia che sia maschio per combatterlo all’ ultimo sangue, sia che sia femmina per corteggiarla e farla propria.

I preliminari di un combattimento tra pesci combattenti è una danza spettacolare ed arabesca della durata di anche diverse ore che sfocia in un duello mortale di pochi minuti; i pesci si infliggono infatti dei colpi di spada che lasciano ampi squarci nelle pinne del rivale, sino a dissanguamento.

Il ballo di corteggiamento di un pesce combattente a la sua derivazione dalla lotta, solo che alla fine del ballo non si sfocia in un combattimento mortale; ma la nuova compagna ( che se accetta le avance del maschio di illuminerà di colori accesi e focosi )viene portata al nido che il maschio si era preoccupato di costruire già prima in superficie con la propria saliva e un po’ di aria.

La femmina portata sotto il nido non si dovrà mai offrire di fianco al maschio che sarebbe così in modo innato portato alla lotta ed all’ istinto di uccidere la compagna; il maschio inizia a nuotare in cerchi sempre più piccoli intorno alla compagna sino a stringerla sotto il nido e ad accoppiarsi con lei; essi emettono contemporaneamente uova e seme.

Dopo l’ accoppiamento il maschio deve approfittare dello stato di stordimento della femmina per raccogliere tutte le uova che cadono sulla sabbia e metterle nel nido, per evitare che questa se ne cibi come l’ istinto la porta a fare.

Dopo i 10-20 accoppiamenti, dopo che la femmina ha esaurito tutte le sue uova; egli non dovrà più permettere che essa si avvicini al nido.

Spero che quanto scritto in questo articolo possa aver risvegliato in voi che lo state leggendo un certo interesse, quel che basta per provare a creare un simile acquario……………..un acquario un po’ particolare!

                                                                                    VIRGINIA ********

A chi interessa approfondire questo argomento riportiamo di seguito la parte recensita dalla nostra amica Virginia, del libro di Konrad (molto interessante, anche perchè non molti condivideranno quanto scritto e il dibattito è sicuramente aperto)

UNA COSA CHE NON FA DANNI:

L’ACQUARIO

 

    Non costa quasi nulla eppure è una cosa magnifi­ca: coprite il fondo di un recipiente di vetro con un pugno di sabbia pulita e piantatevi alcune comuni pianticelle acquatiche, versateci sopra delicatamen­te alcuni litri d’acqua di rubinetto e ponete il tutto su di un davanzale soleggiato. Quando l’acqua si è pu­rificata e le pianticelle hanno incominciato a cresce­re, mettetevi dentro alcuni pesciolini: o, ancor me­glio, recatevi con un vasetto e con un acchiappafar­falle allo stagno più vicino, immergete alcune volte la rete, e raccoglierete una miriade di organismi vi­venti.

    In quella reticella per me è ancor oggi rinchiuso l’incanto della fanciullezza. Meglio se non si tratta di uno strumento impeccabile, con manico di ottone e borsa di garza; anzi, la tradizione vuole che ce lo si prepari da soli, a casa, in dieci minuti: il manico con un filo metallico incurvato alla bell’e meglio, la bor­sa con una calza, un pezzo di tenda o un pannolino. Con un simile aggeggio, a nove anni ho cattùrato le prime dafnie per i miei pesciolini, scoprendo così le piccole meraviglie dello stagno di acqua dolce che im­mediatamente mi sedusse con il suo fascino. Dopo la reticella venne la lente d’ingrandimento, dopo di que­sta un modesto microscopio, e con ciò il mio destino fu irrevocabilmente segnato. Chi infatti ha contem­plato una volta con i propri occhi la bellezza della natura non è destinato alla morte come pensa Pia­ten, bensì alla natura stessa, di cui ha intravisto le me­raviglie. E se ha davvero degli occhi per vedere, co­stui diverrà inevitabilmente un naturalista.

    Dunque voi fate passare la reticella fra le piante ac­quatiche del vicino stagno, riempiendovi di solito le scarpe di acqua e di fango. Se avete scelto bene il luo­go e avete trovato uno stagno dove c’è roba che fa per voi, presto il fondo della rete sarà tutto un bruli­chìo di piccole creature trasparenti. Rovesciate allo­ra il contenuto della rete nel recipiente che avrete già prima riempito di acqua. Giunti a casa, vuotate deli­catamente il vostro bottino nell’acquario e contem­plate il piccolo mondo che ora si dispiega ai vostri occhi. L’acquario è infatti un universo, dove, come in uno stagno o in un lago naturale, insomma come in un qualsiasi luogo del nostro pianeta, creature ani­mali e vegetali vivono insieme creando un equilibrio biologico. Le piante consumano l’acido carbonico espirato dagli animali e a loro volta esalano ossige­no. E però errato affermare che le piante respirano non come gli animali, ma «alla rovescia»: come gli animali esse inspirano ossigeno ed espirano acido car­bonico, ma, oltre a questo processo e indipendente­mente da esso, le piante in via di accrescimento assi­milano l’acido carbonico servendosene per costrui­re la loro sostanza corporea, e l’ossigeno eliminato eccede quindi quello incorporato con la respirazio­ne. Di questo eccesso di ossigeno vivono uomini e ani­mali. Inoltre le piante sono in grado di assimilare i prodotti della decomposizione di altre creature viven­ti, reinserendoli nel grande ciclo vitale della materia.

    Ogni disturbo arrecato a questo ciclo, all’equilibrata convivenza di animali e vegetali, produce conseguenze dannose. Per esempio molti acquariofili, sia bambi­ni sia adulti, non resistono alla tentazione di inseri­re nel recipiente, già pieno di animali fino al limite della tolleranza della sua parte vegetale, ancora que­sto o quel bel pesciolino. E proprio il nuovo pescio­lino può essere la rovina di quel mondo che è l’ac­quario, così provvidamente difeso e amato. Dall’ec­cesso di animali deriverà infatti una mancanza di os­sigeno; allora qualche organismo prima o poi soccom­berà, e la sua morte potrà anche passare inosservata. Ma la decomposizione del suo corpo farà enormemen­te aumentare i batteri, l’acqua si intorbiderà, l’ossi­geno diminuirà ulteriormente; allora moriranno al­tri animali, e la distruzione si propagherà con ritmo incalzante; alla fine anche la vegetazione comincerà a decomporsi, e quello che pochi giorni prima era sta­to un delizioso e limpido laghetto popolato di pro­spere pianticelle e di vivaci animaletti diverrà in breve tempo una disgustosa e puzzolente brodaglia.

    Da questi pericoli l’esperto acquariofilo si difende con l’aerazione artificiale dell’acqua. Tuttavia questo espediente tecnico sminuisce il pregio dell’acquario, che consiste proprio nell’autosufficienza biologica di quel piccolo universo, cui dall’esterno non occorre alcun aiuto, a parte il nutrimento degli animali e la pulizia della vetrina anteriore del recipiente: se in­fatti vi domina il giusto equilibrio, l’acquario non ha bisogno di essere pulito! Rinunziando ai pesci più grossi, specie a quelli che sommuovono il fondo, nes­sun danno si avrà se gli escrementi animali e i tessuti vegetali in decomposizione costituiranno a poco a po­co uno strato fangoso; anzi, tanto meglio, perché que­sto strato penetrerà e renderà fertile il fondo, origi­nariamente sterile. Nonostante il fango, l’acqua rimar­rà inodore e conserverà la limpidezza cristallina di uno dei nostri laghetti alpini.

    Dal punto di vista biologico, e anche da quello este­tico, è meglio inaugurare l’acquario in primavera, po­polandolo solo di pochi ramoscelli in germoglio: solo le piante che vi sono cresciute riescono ad adattarsi alle particolari condizioni di quell’ambiente e a pro­sperarvi, mentre tutte le piante che sono state inseri­te nell’acquario già adulte vi perdono gran parte della loro bellezza. Anche se distano tra loro solo pochi cen­timetri, due acquari hanno un’individualità così di­stinta e ben caratterizzata come due laghi che disti­no tra loro molte ore di cammino. Ed è proprio que­sta la straordinaria attrattiva di un nuovo acquario, il fatto che, inaugurandolo, non si ha alcuna idea di come esso si svilupperà, dell’aspetto che assumerà una volta raggiunto il suo equilibrio particolare. Suppo­niamo di riempire contemporaneamente tre recipien­ti con lo stesso materiale, disponendoli l’uno accan­to all’altro sulla stessa tavola e popolandoli tutti con peste d’acqua (Elodea canadensis) e miriofilli (Myriophyl­lum verticzllatum): nel primo recipiente crescerà, po­niamo, una fitta giungla di peste d’acqua che soffo­cherà completamente i teneri miriofihli, nella secon­da potrà accadere il contrario, e nella terza le due spe­cie armonizzeranno, e come dal nulla sorgerà una splendida vegetazione di Nitellaflexilis, una graziosa alga verde tutta ramificata a mo’ di candelabro. E l’e­voluzione dei tre acquari può essere tanto diversa da rendere diverse anche le proprietà biologiche, favo­revoli o sfavorevoli all’insediamento di determinati animali; insomma, benché impostati nello stesso iden­tico modo, i tre acquari svilupperanno ognuno il pro­prio universo particolare.

    Ci vuole un certo tatto e molto autocontrollo per permettere a ogni acquario di « trovare la propria fi­sionomia», perché anche gli interventi meglio inten­zionati possono avere effetti deleteri. Naturalmente si può anche impiantare un acquario « elegante», con fondo artificiale e piantine ben distribuite ad arte; un filtro eviterà la formazione di fango e l’aerazione ar­tificiale consentirà di tenervi molti più pesci di quanto non sarebbe possibile in condizioni più naturali. In questo caso le piante avranno una funzione puramen­te ornamentale, non essendo necessarie agli anima­li, cui l’aerazione artificiale fornirà abbastanza ossi­geno per le loro esigenze vitali.

    E’ questione di gusti, ma per me un acquario è una comunità autonoma che si mantiene in vita grazie a un proprio equilibrio biologico. Altrimenti si tratta di una specie di stalla, cioè di un ambiente tenuto ar­tificialmente pulito, igienicamente ineccepibile, che non è un fine in se stesso, ma solo un mezzo per con-tenervi determinati animali.

    Con una grande esperienza e con un delicato in­tuito biologico è però possibile, entro certi limiti, pre­determinare il carattere generale del microcosmo che si svilupperà poi in un acquario, scegliendone ocula­tamente il fondo, la posizione del recipiente, la ~em­peratura e la luminosità, e infine gli animali che lo popoleranno. In questo consiste l’arte dell’acquariofi­lo, in cui eccelleva il mio amico Bernhard Hellmann, perito tragicamente: in uno dei suoi acquari egli era riuscito a riprodurre perfettamente un ambiente na­turale ben preciso, il lago di Altaussee; era una vasca grande, assai profonda, fresca, e non troppo esposta alla luce; la vegetazione nell’acqua cristallina consi­steva di trasparenti erbe verde chiaro, il fondo sasso­so era coperto di scuro muschio dei fossi (Fontinalis) e di graziosa Chara. Gli animali non microscopici era­25

no rappresentati solo da alcune minuscole trote, da qualche varone e da un piccolo gambero fluviale: una popolazione ittica dalla densità non molto superio­re a quella di uno stagno naturale. Bisogna far molta attenzione a questo aspetto se si vogliono conserva­re a lungo e far riprodurre animali acquatici assai de­licati. La maggior parte dei pesci esotici ornamenta­li che vediamo negli acquari dei dilettanti ci facilita­no il compito, perché anche in natura essi vivono in piccoli stagni non troppo puliti; l’ambiente dei pic­coli stagni tropicali, riscaldati dal sole in modo intenso e uniforme, si può facilmente riprodurre presso una qualunque finestra esposta a sud con un po’ di riscal­damento elettrico, certo più facilmente di qualunque tipo di h~zbitat delle acque nostrane. E questo il solo motivo per cui è incomparabilmente più difficile al­levare pesci dei nostri laghi e torrenti che non pesci tropicali. Ora comprenderete perché vi ho consigliato di raccogliere i primi abitanti del vostro acquario dal­lo stagno più vicino e con la reticella tradizionale. Fra tutte le centinaia di acquari che ho posseduto la mia particolare preferenza va sempre all’acquario più co­mune, più economico e per così dire più banale, per­ché le sue pareti racchiudono la comunità vivente più naturale e più perfetta. Davanti all’acquario si può star delle ore assorti in fantasticherie, come quando si contemplano le fiamme del caminetto o le rapi­de acque di un torrente. E si imparano molte cose du­rante questa contemplazione. Se gettassi su di un piat­to della bilancia tutto ciò che ho imparato a compren­dere in quelle ore di meditazione di fronte all’acqua­rio, e sull’altro tutto ciò che ho ricavato dai libri, co­me rimarrebbe leggero il secondo!

 

DUE PREDATORI NELL’ACQUARIO

 

 

Nel mondo dello stagno vivono alcuni terribili pre­datori, e nell’acquario la lotta per l’esistenza si dispie­ga ai nostri occhi in tutta la sua spietata crudeltà. Se si introduce nell’acquario una popolazione eteroge­nea ma non troppo numerosa, si avrà presto occasione di assistere a questa lotta spietata, perché fra i nuovi arrivati ci sarà probabilmente anche la larva di un in­setto acquatico, il Dytiscu~~. Tenendo debito conto delle rispettive dimensioni, la voracità e la crudeltà raffi­nata di questo animaletto eclissano quelle di celebri predatori quali la tigre, il leone, il lupo, la balena, il pescecane e la vespa: tutti sono agnellini in confron­to alla larva dei Dytiscus!

Si tratta di un insetto dal corpo slanciato, di circa sei centimetri di lunghezza, che può muoversi nell’ac­qua con grande velocità e sicurezza grazie alle larghe pinne setolose di cui sono munite le sue sei zampe. La testa larga e piatta ha un potente paio di mascelle a forma di pinze, che sono cave e servono sia per iniet­tare il veleno sia per l’ingestione del cibo. Questo ani­maletto se ne sta tranquillamente in agguato tra le piante acquatiche, e a un tratto, con un rapido balzo, si porta sulla preda, anzi sotto di essa, poi solleva fuI­mineo la testa così che la vittima finisce tra le sue ma­scelle. E per lui è « preda» tutto ciò che si muove o che comunque « sappia di animale». Mi è accaduto più volte, mentre me ne stavo tranquillamente immerso nell’acqua di uno stagno, di essere « mangiato» da una larva di Dytiscus, e anche per l’uomo l’iniezione del velenoso succo gastrico di questo insetto è estrema­mente dolorosa.

Queste larve sono fra i pochi animali che, per così dire, digeriscono « fuori di casa». La secrezione ghian­dolare che iniettano nella preda attraverso le mascelle cave ne trasforma tutto il contenuto in una pappa li­quida, che poi passa nello stomaco attraverso quel­lo stesso canale. Anche animali di notevoli dimensio­ni, come grossi girini o larve di libellule, se morsica­ti da una larva di Dytiscus, dopo qualche movimento di difesa si irrigidiscono, e l’interno del loro corpo, che nella maggior parte degli animali acquatici è tra­sparente, diviene opaco, come se fosse stato fissato in formalina; l’animaletto si gonfia, sembra in un pri­mo momento aumentare di dimensioni, poi gradual­mente non resta di lui che il flaccido involucro di pelle appeso alle micidiali mascelle, che alla fine viene la­sciato cadere.

Nell’angusto spazio di un acquario alcune grosse larve di Dytiscus divoreranno in pochi giorni tutte quante le creature che superino all’incirca il mezzo centimetro di lunghezza. E poi? Poi si divoreranno tra loro, se non l’avranno già fatto prima, e la meglio non spetta al più grosso o al più forte, ma a chi per primo riesce ad agguantare l’altro. Ho assistito varie volte all’aggressione reciproca e simultanea di due lar­ve dalle dimensioni circa uguali e alla loro rapida mor­te per dissoluzione interna. Sono pochissimi gli ani­mali che, anche sul punto di morire di fame, aggre­discono per divorarle creature della loro stessa spe­cie e di uguale grandezza. So con certezza che ciò ac­cade tra i ratti e alcune specie di roditori affini; du­bito che accada tra i lupi, in base ad alcuni fatti elo­quenti di cui parlerò in seguito. Invece le larve di Dy­tiscus divorano creature della stessa specie e di ugua­li dimensioni anche quando potrebbero disporre di altro cibo: e, per quanto io ne sappia, ciò non accade presso alcun’altra specie animale.

Un predatore un po’ meno brutale e un poco più elegante è la larva della grossa libellula Aeschna, il co­siddetto « ago del diavolo», dagli stupendi disegni gial­li e blu. L’insetto adulto è un vero signore dell’aria, un falco tra gli insetti. Se si versa il bottino ricavato dallo stagno in un recipiente d’acqua, per ripulirlo e liberarlo dai predatori più micidiali, si noteranno a volte delle grosse larve dalla forma slanciata, e si resterà subito colpiti dal loro strano sistema di loco­mozione. Queste snelle torpedini, per lo più screzia­te di verde e di giallo, avanzano a rapidi scatti, con le zampine strette contro il corpo; anzi, a prima vi­sta, non si riesce a capire come si muovano. Osser­vandole poi separatamente, in un recipiente non mol­to profondo, si vedrà che sono... dei veicoli a reazio­ne: si sprigiona cioè dall’estremità dell’addome un pic­colo e potente getto d’acqua che per contraccolpo spinge avanti l’animaletto. Il tratto terminale dell’in­testino è costituito da una vescica vuota abbondante­mente provvista di branchie tracheali, e può così prov­vedere simultaneamente alla respirazione e alla loco­mozione.

Le larve di Aeschna non vanno a caccia della preda nuotando, ma, assai più ancora del Dytiscus, l’atten­dono in agguato. Quando una possibile preda entra nel loro campo visivo, esse la fissano, voltando poi assai lentamente la testa e il corpo nella sua direzio­ne e seguendone i movimenti. Ci sono assai pochi in­vertebrati che fissano in questo modo con gli occhi la loro preda. Al contrario delle larve di Dytiscus, quel­le di Aeschna sono in grado di percepire movimenti anche assai lenti, come lo strisciare della chiocciola, che perciò cade assai spesso preda dell’Aeschna e rara­mente del Thtiscus. Con grande, grande lentezza, pas­so per passo, le larve si avvicinano furtivamente alla preda, e ne distano ancora tre o quattro centimetri, quando, d’un tratto... che è, che non è, la vittima èlì che si dibatte tra le loro mascelle. Se non si ripren­de la scena al rallentatore, si riesce soltanto a vedere che un qualcosa a forma di lingua è passato fulmi­neamente dalla testa della larva alla preda, trascinan­dola poi a portata delle gigantesche mascelle: a chi ha visto un camaleonte intento al pasto verrà subito in mente il rapidissimo movimento avanti e indietro della sua lingua viscosa. Il boomerang della Aeschna non è però la lingua, ma il labbro inferiore metamorfosa­to, composto di due falangi mobili e di una pinza da presa.

Per il solo fatto che fissano con gli occhi la loro pre­da le larve di libellula ci sembrano stranamente « in­telligenti»; e questa impressione si rafforza poi quan­do si osservano altre peculiarità del loro comporta­mento. A differenza delle larve di Dytiscus, con la lo­ro indiscriminata voracità, queste larve, anche se affa­mate da varie settimane, non si avventano mai su ani­mali che superino determinate dimensioni. Per mesi ho tenuto in una vasca delle larve di Aeschna assieme a dei pesci, e mai le ho viste aggredire o ledere una preda più grande di loro. E notevole che questi ani­mali non si avventino mai su una preda già afferrata da un membro della loro specie e che si dibatte len­tamente tra le sue micidiali mascelle, mentre invece agguantano al volo un pezzo di carne fresca infilzato su di un bastoncino che io agito di fronte ai loro oc­chi simulando il movimento dell’animale che si dibatte.

Nel mio grosso acquario ci sono sempre alcune lar­ve di Aeschna; esse impiegano molto tempo, più di un anno, per svilupparsi. Poi, un bel giorno d’estate, ar­riva il grande momento: la larva si arrampica lenta­mente su di un grosso stelo ed emerge dall’acqua; qui rimane a lungo e poi, come in ogni processo di muta, scoppia l’involucro esterno nella parte dorsale dei seg­menti toracici e ne esce, completo, il magnifico in­setto. Passano poi ancora parecchie ore prima che le ali raggiungano le loro piene dimensioni e si solidifi­chino attraverso un meraviglioso processo grazie al quale nelle sottili ramificazioni venose delle ali vie­ne pompato a grande pressione un liquido che in­durisce rapidamente. A questo punto si apre la fine­stra e si augura all’ospite del nostro acquario buona fortuna e buon viaggio nella sua esistenza d’insetto.

 

 

 

 

                                                         SANGUE DI PESCE

 

 

E strana la cieca fiducia con cui si dà credito ai pro­verbi, anche quando sono assolutamente falsi o in­gannevoli: la volpe non è più furba degli altri ani­mali da preda, ed è assai più stupida del lupo e del cane; la colomba flOfl è affatto mite, e, quanto al pe­sce, la vox populi non diffonde che menzogne: esso ne ha quel « sangue di pesce» che si attribuisce alla gen­te stucchevole, né gode di quella salute invidiabile cui fa pensare l’espressione «sano come un pesce».

Al contrario nessun gruppo dì animali è come i pe­sci tormentato dalle malattie infettive anche nello sta­to naturale di libertà. Non mi è mai accaduto che un uccello, un rettile o un mammifero appena catturati introducessero una malattia infettiva nella mia colo­nia animale; invece ogni nuovo pesce deve passare prima dall’acquario di quarantena. altrimenti posso scommettere cento contro uno che ben presto sulle pinne dei veterani dell’acquario compariranno i te­muti puntini bianchi, segni dell’infezione del paras­sita Ichthyphtirius.

E, per smentire un altro luogo comune, quali creature ne sanno di più sul bacio di alcuni pesci? Io cono­sco a fondo molti animali, ne conosco il comporta­mento anche nelle situazioni più intime e delicate, nell’estasi selvaggia della lotta e dell’amore, ma, a par­te il canarino selvatico, non so proprio quale di essi possa avere un temperamento più ardente dello spi­narello maschio in amore, o di un pesce combatten­te siamese, o di un pesce persico (Cichlidae): nessun animale viene così totalmente trasfigurato dall’amo­re, nessuno arde, in senso così letterale, dalla passio­ne come uno spinarello o un pesce combattente. Chi potrebbe esprimere in parole, o riprodurre pittori­camente, quel rosso incandescente che rende diafa­ni e trasparenti i fianchi dello spinarello maschio, quel verde-azzurro iridescente del suo dorso, dalla lumi­nosità paragonabile solo a certe luci al neon, e, infi­ne, quello squillante verde smeraldo del suo occhio? Secondo le regole del gusto artistico l’accostamento di questi colori dovrebbe dare un risultato orribile e stridente, e invece quale meravigliosa sinfonia pro­ducono se composti dalla mano del grande Maestro!

Nel pesce combattente i colori non sono sempre così splendidi: il pesciolino grigio- bruno che se ne sta lì nell’angolo dell’acquario con le pinne ripiegate non lascia intravedere nulla di speciale, e solo quando un altro pesce, a tutta prima non meno scialbo, gli si av­vicina e i due si guardano, esplode questo incre­dibile splendore, con la rapidità con cui sì fa incan­descente il filo di una stufa elettrica allo scattare del­l’interruttore. D’un tratto le pinne si spiegano a ven­taglio, e ci si aspetta quasi di udire il rumore di un ombrello che si apre all’improvviso.

Segue poi una danza di passione ardente, una dan­za che non ha nulla di giocoso, profondamente se­ria, una danza per la vita o per la morte. Infatti, stra­namente, all’inizio non è ancora chiaro se la danza preluda al corteggiamento e all’accoppiamento o se debba invece evolvere, in altrettanto rapida transizio­ne, in una lotta cruenta: i pesci combattenti non rico­noscono il sesso di un loro simile a prima vista, ma so­lo dal modo in cui questo risponde ai movimenti di danza, che si svolgono secondo un rigido rituale istin­tivo ed ereditario.

L’incontro di due pesci combattenti che ancora non si conoscono incomincia con la cosiddetta «imposi­zione», cioè con una prestigiosa esibizione in cui viene potenziato al massimo l’effetto di ogni macchia colo­rata e di ogni raggio iridescente delle meravigliose pinne. Di fronte allo splendore del maschio, la fem­mina, più modestamente agghindata, ammaina pre­sto presto la bandiera, e questa espressione va intesa in senso letterale, in quanto l’animale ripiega le pin­ne, e, se non ha intenzione di accoppiarsi, se ne fila subito via. Se invece è ben disposta, si avvicina al ma­schio con un particolare atteggiamento di « sottomis­sione», un atteggiamento timido e insinuante che ètutto l’opposto di quello baldanzoso ed esibizionisti­co di lui. Allora incomincia una sarabanda amorosa che eguaglia per grazia e delicatezza, anche se non per la magnificenza, la danza bellicosa di due maschi.

Se invece l’incontro avviene fra due maschi, si as­siste a una vera orgia di reciproche esibizioni, che dal punto di vista estetico sono lo spettacolo più bello che ci può offrire un acquario. Ogni singolo movi­mento segue leggi ben precise ed esprime determi­nati significati «simbolici», come avviene nelle dan­ze rituali siamesi e indonesiane. C’è una sorprendente somiglianza nello stile e nella grazia esotica con cui sia l’animale sia l’uomo esprimono la passione ratte­nuta: osservando quei gesti si comprende come ogni singolo movimento abbia dietro di sé una lunga sto­ria, e come la sua forma finemente elaborata derivi da un rituale antichissimo. Mentre però è evidente che nell’uomo questo rituale è il prodotto della tra­dizione storica di un popolo, a tutta prima è un po’ meno evidente che anche nell’animale esso deriva dal­l’evoluzione filogenetica di comportamenti ereditari innati, propri alla specie. A questo proposito sono estremamente illuminanti le ricerche filogenetiche sul­l’evoluzione di tali forme ritualizzate di espressione e il confronto di simili cerimonie in specie affini. Sul­l’evoluzione filogenetica di questi movimenti sappia­mo più che non su quella di tutti gli altri cosiddetti « istinti». Questo però è un altro discorso.

Dopo questa digressione torniamo alla danza bel­licosa del pesce combattente maschio, che ha un si­gnificato assai affine alle vanterie e alle ingiurie che si scambiavano gli eroi omerici, o alle tenzoni verba­li che ancor oggi i nostri valligiani intrecciano all’o­steria: lo scopo è di intimidire l’avversario, e al tem­po stesso di farsi coraggio inculcando in se stessi la necessaria baldanza.

Nei pesci la lunghezza dei preliminari, il loro ca­rattere rituale, e soprattutto il grande sfoggio di co­bn e il dispiegamento delle pinne, tutti atti che mi­rano solo a intimidire l’avversario e non hanno alcu­na finalità più concreta, nascondono al profano la mi­nacciosa serietà della situazione. La bellezza fa appa­rire gli avversari meno incattiviti di quanto non sia­no in realtà, tanto che non li si crederebbe capaci di quell’aspro e disperato coraggio, così come non se ne crederebbero capaci i leggiadri e fernminei Malesi:

eppure gli uni e gli altri sanno combattere fino all’ul­tima goccia di sangue. Le battaglie dei pesci combat­tenti conducono veramente assai spesso alla morte di uno degli avversari. Quando l’eccitazione è giunta al punto di provocare il primo colpo di spada, bastano pochi minuti perché compaiano ampi squarci nelle pinne, e dopo qualche altro minuto esse sono tutte lacere e strappate. Il metodo di attacco del pesce com­battente, e di quasi tutti i pesci bellicosi, è proprio il colpo di spada, non il morso: il pesce spalanca a tal punto le mascelle che tutti i denti restano rivolti ver­so l’esterno, e così li conficca nel fianco dell’avversa­rio con tutta la straordinaria forza del suo corpo mu­scoloso. L’impeto di quei pesci, lunghi pochi centi­metri, è così forte e violento che si percepisce chia­ramente il rumore dei denti quando, per caso, invece dell’avversario, vanno a colpire la parete della vasca.

L’esibizione reciproca può durare anche qualche ora ma, una volta scoppiate le ostilità, bastano spes­so pochi minuti perché uno dei due contendenti giac­cia sul fondo, ferito a morte.

Diversissime da quelle dei pesci combattenti siamesi sono le battaglie dei nostri spinarelli europei. A dif­ferenza dei primi, gli spinarelli in amore ardono non solo alla vista di un avversario o di una gentil dama, ma anche quando si trovano in vicinanza del luogo scelto per nidificare. «A ogni spinarello il suo nido è bello»: ponetelo accanto a un altro maschio lonta­no dal nido e fuori della sua vasca abituale, ed egli non si sognerà neppure di lottare, facendosi anzi pic­colo e brutto. Sarebbe impossibile servirsi degli spi­narelli come pesci da combattimento, come fanno da secoli i Siamesi con i loro pesci combattenti. Solo quando ha trovato un nido lo spinarello può entrare in fregola e raggiungere la massima eccitazione ses­suale, e quindi per assistere a una vera lotta fra spi­narelli bisogna tenerli in un grosso recipiente dove due maschi costruiscano il loro nido. In ogni momerì­to le velleità bellicose di uno spinarello sono inver­samente proporzionali alla sua distanza dal nido. Quando poi vi si trova dentro, è preso da una vera e propria furia guerriera, per cui, incurante della vi­37

 

ta, è capace di addentare perfino la mano dell’uomo. Invece, quanto più si allontana dal suo quartier ge. nerale, tanto più si indebolisce in lui l’istinto guer­riero. Quando due maschi ingaggiano una battaglia, è possibile prevederne l’esito con buone probabili­tà: soccomberà quello che si trova più lontano dal ni­do. Nelle immediate vicinanze del nido anche lo spi­narello più minuscolo sconfiggerà il più grosso, e le capacità bellicose dei singoli individui si misurano dal­l’estensione del territorio che riescono a tener libe­ro da rivali. Quando uno spinarello soccombe, esso naturalmente corre subito a casa, e, altrettanto natu­ralmente, il vincitore imbaldanzito lo insegue furio­so. Man mano però che si allontana dal suo dominio, scema proporzionalmente il suo coraggio, mentre au­menta quello del vinto fuggitivo. Giunto in vicinan­za del proprio nido, questi guadagna nuove forze, e con un rapido dietrofront si avventa furiosamente sul­l’inseguitore. Comincia così una nuova battaglia che termina con assoluta certezza con la vittoria dello sconfitto di prima, e allora ricomincia l’inseguimen­to in direzione opposta.

Si ripete così per più volte l’alterna vicenda, l’inse­guimento reciproco tra un territorio e l’altro, e le oscillazioni pendolari diventano man mano meno am­pie, finché si arrestano presso un « confine » che ri­mane più o meno costante e dove i due avversari si fronteggiano in atteggiamento minaccioso, come due misirizzi in posizione rovesciata, la testa in giù e la coda in su. Presentandosi rispettivamente il fianco, ed erigendo minacciosamente la spina ventrale ver­so quella dell’avversario, eseguono certi peculiari mo­vimenti verso il basso, come se volessero prendere sul fondo del cibo, mentre in realtà questo gesto costi­tuisce una ripetizione ritualizzata del movimento con cui sogliono scavare il nido. Si possono sempre, in­fatti, osservare questi movimenti in un pesce che non ha più il coraggio di lanciarsi all’attacco.

A differenza del pesce combattente, lo spinarello non perde tempo in minacce prima di iniziare la bat­taglia: incominciano subito a piovere i colpi da en­trambe le parti, con tale rapidità che l’osservatore non riesce quasi a seguirli. La grossa spina ventrale, che sembra tanto pericolosa, nella lotta svolge solo una funzione secondaria; eppure la mischia selvaggia de­gli spinarelli ha l’aria di essere assai più cruenta che non la danza guerriera ritualizzata dei pesci combat­tenti. Mentre però costoro, già dopo i primi colpi, pre­sentano profondi squarci nelle pinne, i primi non su­biscono alcuna lesione visibile a occhio nudo. E se nel nuovo Brehrn’ si legge che « la spina ventrale vie­ne usata con tale violenza che spesso uno dei conten­denti cade trafitto sul fondo~. » ciò dimostra solo che l’autore non ha mai tentato di «trafiggere» uno spi­narello: anche lo strumento più affilato non riesce tal­volta a trafiggerne la dura pelle, neppure nei punti in cui non è corazzata. Ponete uno spinarello su una superficie morbida (che fornirà pur sempre una re­sistenza maggiore dell’acqua), prendete un ago appun­tito (dieci volte più appuntito della spina ventrale di uno spinarello), provate a trafiggere il corpo dell’a­nimale, e vedrete che la cosa non è affatto facile. Na­turalmente in uno spazio ristretto lo spinarello più forte riuscirà infine a ferire a morte il più debole, in­calzandolo senza tregua, lacerandogli le pinne e l’epi­dermide, ma in simili condizioni anche un coniglio o una tortorella riuscirebbe a conciare in quel modo l’avversario.

I due pesci dal temperamento più focoso sono as­sai diversi tra loro nell’amore, non meno che nell’ira e nella lotta, pur avendo molti aspetti in comune. In entrambe le specie è il maschio, non la femmina, che si preoccupa di costruire il nido e si prende cura della prole, e solo quando è pronta la culla per i piccoli che nasceranno il futuro padre incomincia a pensa­re all’amore. Qui però finiscono le somiglianze e in. cominciano le differenze. La culla degli spinarelli si trova, per così dire, in cantina, quella dei pesci com­battenti in soffitta: gli uni scavano una buca sul fon­do dell’acqua, gli altri costruiscono il nido alla super­ficie; quelli si servono di filamenti vegetali e di una secrezione renale, questi di aria e saliva; il castello ae­reo del pesce combattente e delle specie affini consi­ste in un mucchietto compatto di bolle d’aria assai resistenti che emergono un poco dall’acqua e sono tenute assieme da uno strato di saliva. Già durante la costruzione del nido il maschio irradia i colori più splendenti, che acquistano ancor più in densità e in­descenza quando una femmina gli s’avvicina. Con la rapidità del fulmine esso scatta verso di lei, poi si fer­ma avvampando. Se la bella è disposta a seguire il ri­chiamo della natura, lo dà a vedere assumendo un co­lore caratteristico attraversato da linee irregolari più chiare. Con le pinne strette al corpo nuota lentamente verso il maschio che, tremando di eccitazione, espande le sue pinne fin quasi a spezzarle e si mantiene sem­pre in posizione tale da presentare alla sua bella la meravigliosa vista dell’intero fianco. Dopo un istan­te esso incomincia a dirigersi verso il nido con ampi movimenti sinuosi, d’una grazia estrema. Che questo sia un gesto di invito è chiaro anche a chi lo vede per la prima volta. E parimenti è facile comprendere a prima vista il carattere « rituale» di questi movimenti guizzanti: tutto mira a potenziare al massimo l’effet­to ottico del movimento, attraverso l’ondeggiamen­to sinuoso del corpo e l’agitazione delle pinne caudali, e a minimizzare invece tutto ciò che può contribuire al suo effetto meccanico. Il movimento significa dun­que: «Io mi allontano, presto, vienmi dietro!». Il pe­sce però non va né lontano né in fretta, e inoltre con­tinua a voltarsi verso la femmina che lo segue, sep­pure timida ed esitante.

Così la femmina viene infine attirata sotto il nido di schiuma. E ora si svolge quella stupenda danza amo­rosa che certi acquariofili delle regioni alpine chia­mano lo «Schuhplater»; il che senza dubbio dimostra una certa grossolanità, perché per la sua tenera gra­zia questa danza assomiglia piuttosto a un minuetto, mentre nello stile generale essa ricorda la danza in stato di trance che si può vedere in un tempio baline­se. Una legge millenaria prescrive che in questa dan­za amorosa il cavaliere debba sempre presentare alla dama il proprio fianco meravigliosamente iridato, e questa debba invece sempre mantenersi ad angolo ret­to rispetto a lui. Il maschio non deve mai neppure intravedere il fianco della femmina, altrimenti divie­ne subito irascibile e perde d’un tratto tutta la sua cavalleresca gentilezza: presso questi, e presso molti altri pesci, l’esposizione del fianco ha un significato bellicoso e~ virile, e la sua vista provoca in ogni ma­schio un subitaneo mutamento di umore, per cui la passione più ardente si trasforma nell’ira più sel­vaggia.

Non volendo allontanarsi dal nido, il maschio si muove in cerchio attorno alla femmina, e, poiché que­sta ne segue ogni movimento presentandogli sempre la testa, la danza amorosa si svolge in una zona circo­lare molto ristretta, proprio sotto il punto centrale del nido.

I colori divengono poi sempre più sgargianti, i mo­vimenti sempre più eccitati, i cerchi sempre più stretti, finché i due corpi giungono a toccarsi. Allora d’un tratto il maschio avvolge strettamente il suo corpo at­torno alla femmina, la fa voltare con dolcezza sul dor­so, e i due compiono tremando il grande atto della procreazione: essi emettono contemporaneamente uova e seme.

Dopo l’accoppiamento la femmina rimane alcuni istanti come stordita, ferma sul dorso, mentre il ma­schio deve subito occuparsi di cose importanti. Le mi­nuscole uova trasparenti come vetro sono notevol­mente più pesanti dell’acqua, e tendono a cader su­bito in profondità. Ora, la posizione di accoppiamen­to è così saggiamente predisposta che le uova, caden­do, devono passar davanti alla testa del maschio, vol­tata in giù, e il giovane padre, che se ne accorge subi­to, si scioglie dolcemente dall’abbraccio e si tuffa al­la ricerca delle uova, le raccoglie coscienziosamente in bocca l’una dopo l’altra e le porta subito nel nido, stipandole tra le bollicine d’aria. E deve proprio sbri­garsi, non solo perché non troverebbe più le piccole uova trasparenti una volta che avessero toccato il fon­do, ma anche perché, se lasciasse passare anche solo un altro secondo, la femmina si riscuoterebbe e si met­terebbe anch’essa alla ricerca delle uova, raccoglien­dole in bocca. Voi penserete certo che sia in ciò ani­mata dalla buona volontà di aiutare lo sposo, e vi aspettereste di vederla riapparire ben presto alla su­perficie per stipare le uova nel nido; ma no, signori, aspettereste invano; queste uova non ricomparirebbe­ro più, essendo state irreparabilmente inghiottite e divorate dalla madre.

Il            maschio conosce dunque assai bene la causa di questa sua fretta, e sa anche perché non deve più per­mettere che la femmina si avvicini al nido quando, dopo dieci- venti accoppiamenti, essa avrà esaurito la sua riserva di uova.

Tutto diverso è i] cerimoniale del cavalleresco pe­sce persico, della famiglia dei ciclidi: qui sia il maschio sia la femmina si prendono cura della prole, che in branco compatto segue i genitori, come una nidiata di pulcini. Compare qui per la prima volta nella sca­la biologica un comportamento che gli uomini riten­gono moralmente assai pregevole: maschio e femmi­na rimangono strettamente uniti e conducono vita in comune anche dopo aver felicemente espletato il grande atto della procreazione. E non solo finché lo richiedono le esigenze della prole, ma, ciò che più conta, anche dopo. In generale per gli animali si parla di « matrimonio » già quando entrambi i sessi prov­vedono in comune all’allevamento della prole, anche se non sussiste un vero legame personale tra i coniugi; nei ciclidi però questo legame certamente c’è.

Per poter stabilire in modo obiettivo se un anima­le riconosce personalmente il suo sposo bisogna pro­vare a sostituirlo con un altro esemplare dello stesso sesso che si trovi nella stessa identica fase del ciclo riproduttivo. Se cioè, per esempio, in una coppia di uccelli si sostituisce una femmina che incomincia a covare con un’altra femmina già entrata nel succes­sivo stadio psicofisiologico dell’allevamento dei pic­coli, il comportamento istintuale di lei naturalmen­te non si accorderà con quello del maschio, e ne de­riverà per forza una grave disarmonia; quindi non sa­rà possibile appurare se il maschio si sia veramente accorto che la femmina non è la sua moglie di pri­ma, o se invece sia semplicemente infastidito dal suo comportamento « sbagliato». Naturalmente io avevo un grande interesse teorico ad appurare come si com­portasse sotto questo aspetto il pesce persico, l’uni­co pesce che contrae un vero e proprio matrimonio, e per svolgere questo esperimento mi occorrevano in­nanzitutto due coppie della stessa specie che si tro­vassero anche nella stessa fase del ciclo riproduttivo.

Riuscii a soddisfare questa condizione nel 1941, ve­nendo in possesso di due coppie del magnifico gros­so pesce sudamericano, Herichthys €yanoguttatus, che significa « pesce eroico dalle macchie blu». Il nome è pienamente giustificato: sul nero sfondo vellutato le macchie blu turchese formano un intricato mosai­co di una bellezza davvero sconvolgente; e una cop­pia di questi pesci intenta alla cova mostra, anche di fronte all’avversario più imponente, un coraggio ta­le che certamente ne giustifica il nome. Quando ne entrai in possesso, i miei cinque giovani pesci di que­sta specie non erano né maculati nè eroici. Dopo al­cune settimane di sostanzioso nutrimento e di rigo­gliosa crescita in un grande acquario soleggiato, un giorno comparvero le macchie blu e, proprio simul­taneamente, il coraggio in uno dei due maschi più grossi, che prese possesso dell’angolo anteriore sini­stro della vasca, scavò un profondo buco per il nido, e incominciò a preparare, per potervi poi deporre le uova, una grossa pietra liscia, ripulendola accurata­mente dalle alghe e dalle altre impurità che vi si era­no depositate. (Fin da prima avevamo posto le pie­tre adatte agli angoli della vasca). Gli altri quattro pesci se ne stavano ansiosi in un gruppetto compatto al­l’angolo destro posteriore in alto. Già però il giorno seguente uno di questi, più minuto, aveva comincia­to a indossare il suo abito di gaia, e la pettorina di velluto nero, priva di macchie, lo rivelò come una fem­mina. Il maschio si affrettò subito a portarsi a casa la sua bella con un cerimoniale assai simile a quello dello spinarello e del pesce combattente.

La coppia ora se ne stava sopra la pietra che alber­gava il nido, difendendo aspramente il proprio ter­ritorio. Gli altri tre pesci avevano poco da stare allegri, e ci volle proprio l’eroismo cui accenna il loro nome perché alcuni giorni dopo il secondo pesce grosso,facendosi coraggio, conquistasse l’angolo destro an­teriore in basso.

Ora i due maschi si fronteggiavano ostili, come due signorotti nemici nel loro castellaccio. Il confine pas­sava più vicino al dominio del secondo pesce, quello che era entrato in fregola più tardi, e la cosa è com­prensibile se si pensa che questo, avventurandosi fuori del suo angolo, trovava due avversari pronti a saltar­gli addosso, anche se la femmina aggredisce con me­no violenza del maschio. Il maschio solitario, che chia­meremo semplicemente numero due, continuava cio­nonostante ad avventurarsi nelle acque extraterrito­riali circostanti il suo regno, cercando di indurre la femmina del numero uno a seguirlo nel suo nido. Ma i suoi sforzi erano sempre vani, e non gli procurava­no altro che pesanti colpi d’ariete nel fianco indife­so da parte della femmina del numero uno, quando esso cercava di sedurla esibendo il proprio fianco. La situazione si protrasse inalterata per parecchi giorni.

A questo punto sembrò annunciarsi un finale ro­seo con duplici nozze, perché anche una seconda fem­minuccia indossò l’abito da sposa. Invece non accad­de nulla di simile. Il maschio numero due non pre­stò alcuna attenzione a questa nuova femmina entra­ta in amore, e lei dal canto suo non voleva saperne di lui, e cercava invece ripetutamente di accostarsi al maschio numero uno: ogni volta che questi si dirige­va verso il proprio nido, la numero due lo seguiva appunto nell’atteggiamento di una femmina che vie­ne condotta a casa; si sentiva cioè «attirata nel nido» ogni volta che il maschio vi si dirigeva, incurante di lei. La moglie sembrava rendersi ben conto della si­tuazione, poiché ogni volta, al suo avvicinarsi. aggre­diva furiosamente l’intrusa; il maschio invece l’attac­cava, sì, ma molto blandamente. Era come se il ma­schio e la femmina numero due non esistessero nep­pure l’uno per l’altro; entrambi avevano occhi solo per il membro felicemente sposato dell’altra coppia, il quale a sua volta non si curava minimamente di loro.

La situazione si sarebbe prolungata ancora a lun­go, se io non fossi intervenuto, ponendo il maschio e la femmina numero due in un altro acquario, esat­tamente identico al primo. Separati dall’oggetto del loro amore non ricambiato, i due incominciarono pre. sto ad accorgersi l’uno dell’altro e formarono una cop. pia. Dopo pochi giorni le due coppie deposero le uo­va, proprio alla stessa ora. Avevo così ottenuto quel che volevo, due coppie di ciclidi nella stessa identica fase del ciclo riproduttivo. Poiché tenevo moltissimo a quella razza di pesci, già rara anche allora, per fare il mio esperimento attesi che i figli delle due coppie fossero già cresciuti, in modo da poter sopravvivere anche in caso di una totale rottura coniugale fra i ge­nitori.

A questo punto scambiai le due femmine. Il risul­tato fu ambiguo, e non mi permise di stabilire in mo­do univoco se il pesce riconosce personalmente la sua femmina; dei fatti che seguono posso solo dare un’in­terpretazione che a molti sembrerà azzardata, e che necessita di ulteriori conferme sperimentali. Dunque, il maschio numero due accettò la femmina numero uno appena gli fu posta accanto. ho però l’impres­sione che la sostituzione non gli fosse affatto passata inosservata, poiché al cambio della guardia e a ogni incontro con la femmina i suoi movimenti mi sem­bravano più focosi e più intensi di prima. Dal canto suo la femmina aderì immediatamente al cerimonia­le del maschio e senza difficoltà assunse le proprie mansioni nella cura della prole. La cosa però, secon­do me, non ha un gran significato, perché le femmi­ne di questa razza, in questa particolare fase del ci­clo riproduttivo, sono tutte concentrate sui piccoli,un po’ come le galline all’epoca della cova, e il ma­schio non presenta per loro alcun interesse, se non come difensore della famiglia e come momentaneo sostituto nelle cure parentali.

Nell’altro acquario, dove avevo presentato la fem­mina numero due al maschio numero uno e ai suoi piccoli, le cose andarono in modo del tutto diverso. Anche qui la femmina non ebbe occhi che per i pic­coli: si diresse subito verso il loro branco, si pose so­pra di loro e, resa inquieta dal cambiamento, comin­ciò a raccoglierli ansiosamente attorno a sé, proprio come la femmina numero uno aveva fatto nell’altro acquario. Ma, mentre il maschio numero due aveva accolto con giubilo la nuova compagna, il numero uno si tenne in atteggiamento diffidente presso il branco dei piccoli: non si considerò affatto esonera­to dalla sua funzione di custodia, e un istante dopo inferse all’ignara femmina un furibondo colpo nel fianco indifeso. Alcune scaglie argentee cominciaro­no a fluttuare verso il fondo, simili a falde di mica, e io dovetti tempestivamente intervenire a salvatag­gio della femmina, che altrimenti sarebbe morta scor­ticata nel giro di pochi minuti.

Che cosa era accaduto? Be’, il pesce che aveva rice­vuto la femmina più bella, quella che già aveva corteg­giato in precedenza, era soddisfatto del cambio. L’al­tro invece, cui era stata tolta la bella moglie e sosti­tuita con una dama da lui già rifiutata in passato, era, si potrebbe dire non a torto, furibondo. E, si noti, ora l’aveva aggredita molto più violentemente di quanto non avesse fatto prima, in presenza della sua legitti­ma consorte. Pur non potendolo giurare, credo pro­prio che anche il maschio numero due, quello che ci aveva guadagnato nel cambio, avesse notato la dif­ferenza.

Forse ancora più interessante e più affascinante del comportamento amoroso di questi singolarissimi pe­sci è per l’osservatore il modo in cui si prendono cu­ra della prole. Chi ha osservato questi animali non dimenticherà mai la vigile attenzione con cui custo­discono il nido, provocando, come gli spinarelli, una continua corrente di acqua fresca, per tutto il tempo in cui la culla contiene uova o pesci molto piccoli; né mai dimenticherà i loro militareschi turni di guar­dia, e, più tardi, quando i piccoli sono già in grado di nuotare, l’amorosa sollecitudine con cui guidano il piccolo branco obbediente. La scena più graziosa è quella dei piccoli, già in grado di nuotare, che la sera vengono messi a dormire: ogni giorno, per pa­recchie settimane, i piccoli all’imbrunire vengono ri­condotti nella cavità dove hanno trascorso la prima infanzia; la madre si pone sopra al nido e con deter­minati movimenti attira i figliolini verso di sé. Nel bel pesce gioiello, ~OS5O con macchie azzurre iridescenti (Hemichromis bimaculatus), le ingemmate pinne dorsa­li della femmina svolgono una funzione particolare, muovendosi su e giù a ritmo assai serrato, mentre le macchie blu iridescenti lampeggiano come un elio-grafo. A questo segnale i piccoli si avvicinano, tacco­gliendosi sotto la madre che li invita a entrare nel ni­do. Nel frattempo il padre esplora tutta la vasca alla ricerca di eventuali ritardatari: se li trova, non perde tempo a chiamarli, limitandosi semplicemente ad aspi­rarli nella sua cavità orale, e dirigendosi poi verso il nido dove li soffia fuori. I piccoli cadono immediata­mente sul fondo e lì rimangono: grazie infatti a un provvido gioco di riflessi, la vescica natatoria dei pic­coli ciclidi addormentati si contrae così fortemente da divenire assai più pesante dell’acqua, ed essi quindi se ne rimangono sul fondo simili a piccole pietre, co­me accadeva quando erano neonati, e la loro vescica non era ancora piena di gas. Questa stessa reazione del «diventar pesante» si verifica anche quando uno dei genitori prende in bocca un piccolo. Senza tale meccanismo riflesso il padre non potrebbe tenere in bocca tutti i figlioletti quando va a cercarli la sera.

Una volta, proprio durante uno di questi trasporti serali dei piccoli ritardatari, un pesce gioiello si com­portò in modo da lasciarmi stupefatto. Ero venuto in istituto nel tardo pomeriggio, al crepuscolo, e volevo dar presto qualcosa da mangiare ad alcuni pesci che quel giorno non avevano ancora ricevuto nulla; tra l’altro anche a una coppia di pesci gioiello che stava allevando la prole. Avvicinandomi alla vasca vidi che quasi tutti i piccoli erano già nel nido, gelosarnente sorvegliati dalla madre, che non si mosse per pren­dere il cibo neppure quando gettai nell’acqua dei pez­zetti di lombrico. Invece il padre, che tutto eccitato percorreva l’acquario in lungo e in largo alla ricerca dei piccoli dispersi, si lasciò attirare dalla coda di un bel vermicello (per motivi ignoti tutti gli animali che si nutrono di vermi preferiscono la coda alla testa), distogliendosi così dalla sua occupazione. Si avvici­nò dunque e afferrò il verme, che però, date le sue dimensioni, non riuscì a inghiottire subito. Mentre lo stava masticando a piena bocca, vide uno dei suoi piccoli che si era smarrito e nuotava da solo per la vasca. Come fulminato guizzò via, raggiunse il picco­lo e lo prese nella bocca, che era già assai piena. Era un momento emozionante: il pesce aveva in bocca due cose diverse, una delle quali doveva finire nello sto­maco, l’altra nel nido. Che cosa sarebbe accaduto? Confesso che in quel momento non avrei dato un sol­do per la vita del pesciolino.

Invece accadde una cosa veramente incredibile: il pesce padre se ne rimase immobile, con le guance gon­fie, ma senza masticare. Se mai ho visto un pesce riflettere, è stato proprio quella volta. Che cosa straor­dinaria: un pesce che vive una vera e propria situazio­ne conflittuale, né più né meno di un uomo, e che se ne sta lì immobile, senza via d’uscita, incapace sia di avanzare sia di retrocedere!

Per molti secondi il padre se ne stette lì bloccato, e si poteva comprendere tutto ciò che accadeva in lui. Poi risolse il conflitto in modo degno della più gran­de ammirazione: sputò fuori tutto il contenuto della bocca; il verme cadde sul fondo, e così pure il picco­lo pesce gioiello, divenuto pesante per la reazione so­pra descritta. Allora il padre si rivolse decisamente al verme, che divorò con gran calma, senza però per­dere d’occhio il suo piccolo, che giaceva « obbedien­te» sul fondo. Quando ebbe finito, aspirò il piccolo e lo portò a casa dalla mamma.

Alcuni studenti, che avevano assistito all’intera sce­na, si misero come un sol uomo ad applaudire.

 

 

 

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